“IL GRANDE GUERRA”, DOVE VOLANO LE PAGINE DI GREGORI E PASTONESI


LETTERATURA SPORTIVA
di Adalberto Scemma – Redazione G.Brera UniVr Area1 Veneto Trentino/AA
“Volano le pagine” era (ed è) il titolo di una raccolta di brani musicali di Mietta, proprio lei, Daniela Miglietta, quella di trottolino amoroso e dudù-dadadà, quella di vattene amore, vattene Amedeo Minghi con tutti i tuoi americani, tutte le nevicate, tutti i gattini annaffiati e tutti i miagolamenti in dudù-dadadà.

“Volano le pagine”, in realtà, non c’entra proprio nulla con tutto ciò che state per leggere, ma c’è un’intrigante collana di libri che hanno chiamato “Pagine alvento”, alvento tutto attaccato, collana nata da una costola di “Alvento” (anche questo tutto attaccato), rivista bimestrale che pedala al fianco delle passioni ciclistiche dei suoi lettori. Bene, in questa collana è uscito con lussureggiante copertina rosa-amaranto un libro scritto dai miei amici Claudio Gregori e Marco Pastonesi e introdotto dall’altro mio amico Gino Cervi (pura omonimia, il ginocervi di Peppone e di Maigret ci ha lasciato da tempo, questo Gino invece, breriano, coppiano e milanista, cresciuto in una cascina ai bordi dei boschi della Zelata, filologo prestato all’editoria e mai più restituito, è ancora apotropaicamente vivo e pirotecnicamente vegeto).
Dove eravamo rimasti, dunque? Al titolo del libro: “Il grande Guerra”. L’assonanza può portarvi fuori strada, può portarvi a Monicelli, Gassman e Sordi, persino a Tiberio Mitri, ma “La grande guerra” è un film, uno di quei filmoni intramontabili, Leone d’oro a Venezia, Donatello e Nastro d’argento, et cetera, et cetera, mentre “Il grande Guerra” è un librone da bere-leggere-filtrare e rileggere a piccoli, grandi sorsi in presa diretta così come in presa diretta e a pieni pedali, senza mordere il manubrio, è stato scritto da due maestri della letteratura sportiva: i miei amici Claudio Gregori e Marco Pastonesi. “Il grande Guerra” (G maiuscolo) altri non è che il Learco “Locomotiva umana” che campeggia in copertina con tubolari in spalla, occhialoni alla zuava e muscolacci in rilievo, nonno di un altro Learco (Junior semper, anche adesso che sfiora la settantina), a sua volta grande amico mio. Grande maiuscolo. Learco jr., memento, che ha già in canna, tasto dopo tasto, un libro su Nonno Learco tutto suo, in uscita a febbraio o giù di lì per dare un seguito a quel docufilm da sballo (anche qui Gregori e Pastonesi presenti) vincitore del Festival internazionale Sport Movies e TV.
Capite bene, voi che continuate a leggermi imperterriti sull’abbrivio, alcuni di voi già in apnea, sì-sì: in apnea bofonchiante, vi vedo, vi sento, capite bene dunque che recensire con occhio critico e polpastrello ruvido un libro pieno di amici, sarebbe non solo inelegante e irrispettoso dell’amicizia ma anche, e soprattutto, eticamente disdicevole. Ma allora come la mettiamo? Come la mettiamo con le recensioni ruffiane e i pistoleggiamenti ipocriti? La mettiamo che “Il grande Guerra” lo leggiamo tutti insieme e tutti insieme condividiamo giudizi, sentori, palpiti, straniamenti e grandi ghignate. Perché questo è un libro che quando cominci a leggerlo vai avanti, e poi ancora avanti, e poi ancora vai, e vai su, su, su per l’Izoard, con tutta quella strada nei tuoi sandali, questo è un libro che lo leggi con l’apnea degli occhi che bamboleggiano senza bofonchiamenti, e quando sali sulla Locomotiva non sai più di Guccini e neppure di Conte, non sai più se quel naso triste come una salita appartenga a Bartali zà-zà-rà-zàz o a Giovanni Gerbi diavolorosso-dimentica la strada, diavolorosso fermati e bévila una buona volta quell’aranciata, ma tu continui a leggere e a leggere, e volano le pagine, diavolo d’un Gregori e diavolo di un Pastonesi, e diavolo d’un Cervi che ci ha messo la copertina rosa-amaranto e ha scritto nel cronoprologo (lui o Gregori, lui o Pastonesi, chiunque l’abbia scritto) che Learco “vedeva la strada e tutte le strade portavano a Mantova/ vedeva la pista e tutte le piste portavano a casa”.
Tutto ciò che ne segue e ne consegue è scritto “alvento” ma non nel vento, perché l’immagine di Learco sempre ti insegue e sempre ti precede lungo i tornanti-calamita di quelle 248 pagine che continueranno a volare perché Mantova, scrive Gregori, I suppose, “è terra di velocità: a pochi chilometri Bonferraro, dove nasce Antonio Ascari, e Castel d’Ario, dove nasce Nuvolari”. E non è certo un caso se l’ultima pagina, la quarta di copertina rosa-amaranto, è affidata a Orio Vergani, immaginifico ancor prima di Roghi, nato a sua volta a pochi chilometri da qui, a Sanguinetto: “Learco Guerra può vantare una popolarità quale mai forse un corridore ha goduto. Milioni e milioni di persone si sono schierate lungo le vie di tutta Italia per incitarlo e per acclamarlo”.
Più sotto, con l’espressione un po’ così che hanno tutti i corridori quando l’apnea boccheggiante li divora, più sotto dunque la fotostereo di Learco in maglia tricolore con tubolari, occhialoni e dentoni smodati (essi sì, stavolta) in primo piano. Learco e Tazio, Tazio e Learco come Castore e Polluce, come Cadmo e Armonia, gemellati anche nel Panathlon Mantova dei miei amici e soci panathleti Learco jr. e Carlone Guerra. E qui c’è ancora Vergani che insegue e che precede, e che racconta di quando c’era la luna e nella corsa si facevano sempre più rapidi i passaggi dall’ombra degli alberi alle strisce del chiaroscuro lunare: uno scatto sempre più rapido, sempre più vertiginoso, come il colpo a ghigliottina dell’otturatore di una macchina fotografica. Questa, questa era la velocità. “Avevo 13 anni, i pantaloni corti, le ginocchia nude e i piedi nei sandali. Ma mi sembrava di toccare, con la punta del piede, un mostro improvvisamente addomesticato. Io non sapevo, allora, la storia degli eroi che salgono sulla luna con un cavallo alato…Ma in quella notte mi sembrò di salire sulla luna”. Era Tazio? O era Learco? Diavolorosso non vi darà mai una risposta. Zà-zà-rà-zàz.